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domenica, 07 ottobre 2007
Urbino: scrittura, traduzione, sinapsi

A Urbino non ho preso appunti, volutamente. Ho ascoltato, immagazzinato, ruminato, digerito, eliminato le scorie eliminabili, distillato l’interessante. Risultato: impressioni, pezzi di riflessioni, brandelli di discorsi, annotazioni mentali sparse che sedimentano e risbucano fuori quando e come vogliono.

Oggi sono capitata su questo articolo di M. T. Carbone e da lì su questo di Stephen King (che come autore può piacere o non piacere, ma quando riflette sulla scrittura è sempre interessante: consiglio vivamente il suo On Writing).

Per preparare l’antologia  The Best American Short Stories 2007, King ha letto una bella mole di racconti e, oltre a quelli giudicati “great stories” e pertanto inclusi nella raccolta, gliene sono toccati molti apparentemente “written for editors and teachers rather than for readers”, che pur non essendo “morti” sembravano quanto meno “asfittici e autoreferenziali”.

Riflessione che non limiterei ai racconti, ma che può adattarsi a molti dei testi che capitano sott’occhio per lavoro (qualcuno l’ho pure tradotto, altri me li hanno proposti ma fortunatamente ho potuto rifiutarli e passare ad altro). Proprio l’altro giorno una collega, che aveva appena finito di leggere un libro da tradurre prossimamente e stava cominciando a leggerne un altro, commentava: “Quello pareva il compitino finale di un corso di scrittura creativa... quest’altro pare scritto dall’insegnante dello stesso corso”.

Ecco, spesso non si possono definire brutti: la storia regge, linguaggio e stile sono accettabili, senza infamia e senza lode, probabilmente venderanno anche quel minimo di copie che permette all’editore di far pari e di guadagnarci pure qualcosa, ma... sembrano dei compitini, fatti un po’ con lo stampo, per accontentare tutti.

E per tornare a Urbino (sì, l’ho presa un po’ alla larga ma che ci posso fare, ho delle sinapsi poco dirette) mi è tornata in mente una riflessione sugli automatismi dei traduttori, credo di Susanna Basso, ma non avendo preso appunti non ci potrei scommettere, e forse non è neppure quello che ha detto lei, ma quello che io ho distillato in proprio da quello che lei ha detto (non solo poco dirette, pure schizoidi). In pratica, quando si traduce e magari si riesce a fatica a trovare la resa migliore per quella certa frase o addirittura per quella certa parola, magari un po’ ostica, che ci ha fatto penare per venirne a capo, si tende poi ad archiviare quella soluzione apparentemente così “ideale” in una casellina mentale, pronti a riscodellarla come una minestra riscaldata a ogni occorrenza di quella frase/parola, a volte senza badare troppo al  diverso contesto o autore in cui si ripresenta. Se capita raramente, poco male. Se le soluzioni preconfezionate diventano eccessive, la lingua della traduzione rischia di diventare anch’essa un compitino fatto con lo stampo, non orrenda, non sbagliata, ma senza dubbio sciapa. Occhio: sto parlando di sfumature e sensazioni, non di traduzioni fatte palesemente male o palesemente fuori registro. Quelle sono semplicemente brutte e stop.

E con un altro balzo delle sinapsi, questo porta a riflettere su altri discorsi orecchiati a Urbino, sull’influsso che l’italiano delle traduzioni ha di fatto avuto sugli scrittori che si sono formati non sui testi originali dei grandi autori stranieri moderni, ma soprattutto sulle loro traduzioni. Il giallista italiano X, che ha uno stile “alla Chandler”, in realtà sta scrivendo come Chandler in traduzione italiana. Quello che scrive “come Hemingway” con tutta probabilità sta scrivendo come Hemingway tradotto dalla Pivano...

E questo porta a una scrittura italiana che spesso imita, o meglio orecchia e riecheggia le traduzioni italiane di autori stranieri.  Fino a utilizzare le parole “inventate” per tradurre termini o concetti prima inesistenti in italiano (basti pensare a “strizzacervelli” per “shrink” o “headshrink”, partorito se non sbaglio da Marisa Caramella per tradurre Erica Jong)

E questo porta anche a una grande responsabilità per traduttori ed editor di traduzioni: l’appiattimento, la normalizzazione alla ricerca di una banale e rassicurante “leggibilità” non solo mortificano e spianano picchi e burroni linguistici del testo, ma rischiano di avere lo stesso effetto anche sulla lingua degli autori che su quei gialli/romanzi/ si formano e si formeranno.

Qual è la conclusione? E chi ha detto che doveva esserci una conclusione? Così a occhio non c’è neppure un filo logico. Sinapsi in libertà.

Postato da: prablog a 12:46 | link | commenti (4) |
traduzioni, diario, articoli, bischerate


Commenti
#1   07 Ottobre 2007 - 12:56
 
Sì, è stata la Caramella - io ne metterei il nome nel dizionario sotto etimologia!
Comunque, domenica ha detto che si tratta di un errore perché lei al tempo non sapeva che il riferimento fosse ai cacciatori di teste del Borneo e si era rifatta soltanto all'immagine del verbo. Almeno così mi pare di aver capito, non metterei la mano sul fuoco. Lo trovo un aneddoto delizioso.
Grazie per averci ricordato lo splendido seminario della Basso :-)
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#2   07 Ottobre 2007 - 15:01
 
Tu sei una traduttrice, è vero, ma secondo me sei anche un po' un genio.
Abbraccissimi e grazie di esistere!
Flo
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#3   08 Ottobre 2007 - 11:08
 
a me queste righe fanno pensare al postino di Neruda: "la poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa". lo stesso vale per le parole di Urbino.

p.s. concordo con Flores e, apoditticamente, toglierei pure un po'.

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente chiaradavinci

#4   08 Ottobre 2007 - 15:04
 
E non è semplice riuscire ad abbandonare questi automatismi, queste soluzioni preconfezionate, anche se non credo si tratti di pigrizia mentale. Quando ancora ero studente, mi è capitato di vedere altri traduttori in erba studiarsi e annotarsi meticolosamente le "soluzioni ideali" dei traduttori esperti, per poterle usare loro stessi quando sarebbe capitata l'occasione. E non per smania di scopiazzare, ma proprio per timore di traduzioni brutte, fatte male, traboccanti di calchi ecc. Solo che poi queste soluzioni piacciono a tal punto da venire, come hai detto tu, archiviate e tirate fuori ogni volta che quel dato termine, quella data espressione si ripresentano.
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