traduzioni, libri, parole
A Urbino non ho preso appunti, volutamente. Ho ascoltato, immagazzinato, ruminato, digerito, eliminato le scorie eliminabili, distillato l’interessante. Risultato: impressioni, pezzi di riflessioni, brandelli di discorsi, annotazioni mentali sparse che sedimentano e risbucano fuori quando e come vogliono.
Oggi sono capitata su questo articolo di M. T. Carbone e da lì su questo di Stephen King (che come autore può piacere o non piacere, ma quando riflette sulla scrittura è sempre interessante: consiglio vivamente il suo On Writing).
Per preparare l’antologia The Best American Short Stories 2007, King ha letto una bella mole di racconti e, oltre a quelli giudicati “great stories” e pertanto inclusi nella raccolta, gliene sono toccati molti apparentemente “written for editors and teachers rather than for readers”, che pur non essendo “morti” sembravano quanto meno “asfittici e autoreferenziali”.
Riflessione che non limiterei ai racconti, ma che può adattarsi a molti dei testi che capitano sott’occhio per lavoro (qualcuno l’ho pure tradotto, altri me li hanno proposti ma fortunatamente ho potuto rifiutarli e passare ad altro). Proprio l’altro giorno una collega, che aveva appena finito di leggere un libro da tradurre prossimamente e stava cominciando a leggerne un altro, commentava: “Quello pareva il compitino finale di un corso di scrittura creativa... quest’altro pare scritto dall’insegnante dello stesso corso”.
Ecco, spesso non si possono definire brutti: la storia regge, linguaggio e stile sono accettabili, senza infamia e senza lode, probabilmente venderanno anche quel minimo di copie che permette all’editore di far pari e di guadagnarci pure qualcosa, ma... sembrano dei compitini, fatti un po’ con lo stampo, per accontentare tutti.
E per tornare a Urbino (sì, l’ho presa un po’ alla larga ma che ci posso fare, ho delle sinapsi poco dirette) mi è tornata in mente una riflessione sugli automatismi dei traduttori, credo di Susanna Basso, ma non avendo preso appunti non ci potrei scommettere, e forse non è neppure quello che ha detto lei, ma quello che io ho distillato in proprio da quello che lei ha detto (non solo poco dirette, pure schizoidi). In pratica, quando si traduce e magari si riesce a fatica a trovare la resa migliore per quella certa frase o addirittura per quella certa parola, magari un po’ ostica, che ci ha fatto penare per venirne a capo, si tende poi ad archiviare quella soluzione apparentemente così “ideale” in una casellina mentale, pronti a riscodellarla come una minestra riscaldata a ogni occorrenza di quella frase/parola, a volte senza badare troppo al diverso contesto o autore in cui si ripresenta. Se capita raramente, poco male. Se le soluzioni preconfezionate diventano eccessive, la lingua della traduzione rischia di diventare anch’essa un compitino fatto con lo stampo, non orrenda, non sbagliata, ma senza dubbio sciapa. Occhio: sto parlando di sfumature e sensazioni, non di traduzioni fatte palesemente male o palesemente fuori registro. Quelle sono semplicemente brutte e stop.
E con un altro balzo delle sinapsi, questo porta a riflettere su altri discorsi orecchiati a Urbino, sull’influsso che l’italiano delle traduzioni ha di fatto avuto sugli scrittori che si sono formati non sui testi originali dei grandi autori stranieri moderni, ma soprattutto sulle loro traduzioni. Il giallista italiano X, che ha uno stile “alla Chandler”, in realtà sta scrivendo come Chandler in traduzione italiana. Quello che scrive “come Hemingway” con tutta probabilità sta scrivendo come Hemingway tradotto dalla Pivano...
E questo porta a una scrittura italiana che spesso imita, o meglio orecchia e riecheggia le traduzioni italiane di autori stranieri. Fino a utilizzare le parole “inventate” per tradurre termini o concetti prima inesistenti in italiano (basti pensare a “strizzacervelli” per “shrink” o “headshrink”, partorito se non sbaglio da Marisa Caramella per tradurre Erica Jong)
E questo porta anche a una grande responsabilità per traduttori ed editor di traduzioni: l’appiattimento, la normalizzazione alla ricerca di una banale e rassicurante “leggibilità” non solo mortificano e spianano picchi e burroni linguistici del testo, ma rischiano di avere lo stesso effetto anche sulla lingua degli autori che su quei gialli/romanzi/ si formano e si formeranno.
Qual è la conclusione? E chi ha detto che doveva esserci una conclusione? Così a occhio non c’è neppure un filo logico. Sinapsi in libertà.

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